exhibitions

destiny deacon

Jun 5 - Jul 26, 2003
via r. farneti 10
Raffaella Cortese è lieta di annunciare la prima mostra personale dell’artista australiana Destiny Deacon.
Nota al pubblico internazionale per la partecipazione ali ‘ultima edizione di Documenta Kassel con un video e alcuni lavori fotografici tratti dalla serie Forced into lmages (2001), l’artista di origine aborigena si confronta sin dagli inizi degli anni novanta con i terri autobiografici dell’identità e della discriminazione razziale, già comuni ad altre espressioni dell’iconografia post-coloniale, per ricomporre una narrazione per immagini irriverente e provocatoria nei confronti di radicati stereotipi culturali.

Secondo una strategia visiva che opta per la contaminazione tra documento sociale e rappresentazione simbolica, la Deacon opera, dal punto di vista tecnico, una scelta legata all’origine della massificazione della pratica fotografica, utilizzando il formato Polaroid, successivamente ingrandito con stampa laser su carta fotografica a colori; ma, d’altra parte, emerge la propensione estetica dell’artista a non abbandonarsi alla spontaneità e all’immediatezza documentaria di uno scatto, bensì a costruire l’immagine come se si trattasse di un vero e proprio palcoscenico.

Le opere di medio e grande formato presentate dall’artista in questa prima Italiana appartengono ad alcuni cicli di lavori i cui titoli- No Fixed Dress (2003), Dance Little Lady (1994-2000), Waiting for Goddess (1993-2003) e Forced into lmages (2001), rimandano senza alcuna mediazione a riferimenti propri dell’immaginario femminile. A popolare la maggior parte di queste immagini, tuttavia, non sono figure umane, bensì bambole che, grazie all’immobilità dello sguardo e a una perfezione post-umana, conferiscono una atmosfera sinistra e grottesca alla composizione. Questi soggetti apparentemente innocui e domestici, ma che a un esame più attento si rivelano attori consapevoli di una pièce teatrale in bilico tra commedia e tragedia, permettono all’artista di portare a compimento la propria critica sociale, assumendo una posizione distaccata, persino ironica nei confronti del proprio materiale narrativo.

Nelle due immagini tratte dalla serie No Fixed Dress, ad esempio, due bambole decapitate - una dall’incarnato bianco tipicamente europeo, l’altra dai tratti scuri caratteristici delle popolazioni aborigene - indossano reciprocamente la testa dell’altra, come fosse un accessorio. La ricostruzione di un’identità culturale si compie, in questo caso, attraverso la messa in scena di uno scambio di ruoli che, riflettendo criticamente sul rapporto tra vittima e persecutore, tra colonizzatore e colonizzato, sancisce la necessità di ambedue i termini dell’equazione.